Il territorio

Inquadramento territoriale

Il Comune di Palagianello, fa parte del più ampio territorio denominato Murgia delle Gravine che corrisponde alla parte sud orientale delle murge. Questo territorio è profondamente caratterizzato dalla presenza di profonde incisioni nella roccia carsica, denominate gravine, disposte in senso nord-sud e che attraversano tutto l’area, dalla murgia alla pianura. Dal punto di vista idrografico, l’area corrisponde in parte al bacino del fiume Bradano e all’intero bacino del fiume Lato e del fiume Lenne. Dal punto di vista altimetrico è suddivisibile in tre distinte fasce: la pianura (0 – 50 m. slm), la premurgia (50 – 350 m, slm) e la murgia (oltre i 350m. slm).

Caratteristiche geologiche

In questo territorio affiorano estesamente depositi plio-pleistocenici, essenzialmente  calcarenitico-sabbiosi ed argillosi, sovrapposti a una spessa successione di strati rocciosi,  di natura carbonatica di età cretacica. Il tetto dei calcari cretacici risulta strutturato a  gradinata, da un sistema di faglie secondo le direzioni E-O e NO-SE. Tali faglie, attive fin dall’inizio del Pliocene, hanno dato origine a depressioni tettoniche, successivamente invase e colmate di sedimenti poi emersi, a seguito del generale sollevamento, tuttora in atto, dell’arco ionico-tarantino. Tali depositi, di natura argilloso-sabbiosa, hanno pertanto conservato inalterato il loro assetto originario, come dimostrato dall’andamento pressoché orizzontale degli strati. Nelle sezioni naturali delle gravine è possibile osservare quanto ora riportato, infatti nella parte a settentrione e sul fondo, affiorano i calcari cretacici, che si mostrano in strati o banchi variamente inclinati e piegati, su cui poggiano i depositi calcarenitici e argillosi, con disposizione suborizzontale.

Dalle più antiche alle più recenti, si riconoscono le seguenti formazioni, note in letteratura geologica con il nome di:
• Calcare di Altamura;
• Calcarenite di Gravina;
• Argille subappenniniche;
• Depositi marini terrazzati;
• Depositi alluvionali.
Il Calcare di Altamura è costituito da strati o banchi di calcari a grana fine e tenaci, a luoghi dolomitici, in vario modo fratturati, di spessore variabile da 10 – 15 centimetri a 2 metri. Il colore è mutevole dal bianco al grigio nocciola; localmente, in presenza di residui ferrosi, si osserva una colorazione rossastra collegata agli effetti dei fenomeni di dissoluzione carsica. La Calcarenite di Gravina risulta costituita da calcareniti organogene massive (“tufo calcareo”), di colore bianco giallastro o grigio, con abbondanti resti di micro e macrofossili. La formazione ha uno spessore, rilevabile nelle sezioni naturali delle gravine, di circa 40 metri, e si osserva lungo un’area estesa compresa indicativamente da Nord a Sud, tra i 200 e 70 metri sul livello del mare; in essa ricadono quasi tutti i centri abitati dell’area delle gravine. Argille sub-appenniniche. Si tratta di argille, più o meno limose, di colore variabile dal grigio-azzurro al verdastro molto plastiche e di aspetto massiccio. Al di sopra di questi sedimenti si rinvengono depositi a prevalente componente sabbiosa, localmente terrazzati, formati da sabbie giallastre con ciottoli; lo spessore è dell’ordine di pochi metri. I Depositi alluvionali si osservano sul fondo delle gravine e lame esistenti e sono il prodotto dell’azione di erosione, trasporto e deposizione, operata dalle acque correnti sulle rocce presenti nell’area. Risultano costituiti in genere da blocchi o ciottoli di calcari e calcareniti, di forma arrotondata.

Le Gravine. Formazione.
Le Gravine sono incisioni carsiche di differente natura, scavate più in profondità che in larghezza nella tenera roccia calcarenitica o nel più duro calcare del cretacico. La duplice azione erosiva dell’acqua (chimica e meccanica) e i fenomeni tettonici preesistenti hanno contribuito a creare gravine profonde sino a 200 m e larghe oltre i 400 m. Possiamo ritenere il periodo di formazione risalente a circa 1.000.000 di anni fa.

Le Lame. Formazione.
Le lame come le gravine sono incisione di origine carsico – tettonica. In linea generale, possiamo affermare che le lame sono molto larghe e poco profonde. Tale differenza morfologica dalle gravine è dovuta ad un diverso spessore dei depositi marini plio-pleistocenici e dalle rocce da esse derivate (calcarenite di Gravina, conglomerato di Irsina). Nell’area della premurgia ove la calcarenite raggiunge spessori maggiori, si formano le gravine, mentre, nella pianura dove lo spessore della roccia è inferiore, hanno origine le lame.

Il sistema delle gravine e la loro distribuzione territoriale.
Grandi meandri, pinnacoli di roccia, pareti a strapiombo su cui vegetano numero piante rupicole, formano ecosistemi straordinariamente conservati sino ai nostri giorni. Il maggior numero di gravine sono scavate nella roccia calcarenitica (tufo), tenera e friabile adatta ad essere lavorata ed utilizzata dall’uomo. Dalla gravina di Ginosa a quella di Palagianello ed a quella di Petruscio nel Comune di Mottola, i villaggi rupestri e i numerosi insediamenti sparsi sull’intero territorio, sono il segno dell’antico legame tra l’uomo e la roccia. L’antropizzazione di questi luoghi a creato paesaggi unici e suggestivi in perfetto equilibrio con il sistema naturale.

Caratteristiche climatiche
Il clima di questa zona fa parte di quello dell’intera area mediterranea, caratterizzato da precipitazioni piovose medie (760 mm in un anno), concentrate nel periodo che va da ottobre ad aprile con scarsità di pioggia nei mesi primaverili e totale assenza nel periodo estivo. La mancanza di precipitazioni piovose coincide con il periodo più caldo che frequentemente supera la temperatura di 30°, con un insolazione media di 10 ore di luce. La combinazione di tali situazioni generano un clima caldo-arido che è uno dei maggiori fattori di selezione della vegetazione naturale, adatta a superare periodi di forte insolazione e di siccità.

Aspetti floristici, faunistici e vegetazionali
Le gravine conservano ancora le più interessanti presenze floristiche e faunistiche tipiche dell’area mediterranea. La numerosa presenza di specie vegetali e animali endemiche, pone l’accento sull’importanza delle gravine quale raro esempio di habitat rupicoli di bassa quota. Oggi le acque meteoriche scorrono negli alvei dei canyons per periodi limitati e legati alla periodicità delle precipitazioni atmosferiche. In alcuni punti, in coincidenza di superfici o strati di roccia impermeabili, si hanno temporanei ristagni d’acqua (laghetti carsici), utili e fondamentali per la sopravvivenza di diverse specie animali.

Le rupi, invece, sono abitate da diversi rapaci diurni e notturni tra i quali il gufo reale, il corvo imperiale, falchi e la rondine montana, e sono inoltre l’ambiente di predilezione del raro avvoltoio capovaccaio, ed altri mammiferi come l’istrice e il tasso. Dal punto di vista botanico, il territorio delle gravine è colonizzato dalla generale vegetazione mediterranea grazie alle peculiari e particolari condizioni microclimatiche, non riscontrabili in altri ecosistemi, che hanno determinato una evoluzioni biologica di specie endemiche. Inoltre il territorio delle gravine presenta una notevole concentrazione di specie vegetali ed animali di origine transadriatica, con testimonianze viventi di un periodo geologico, il miocene, durante il quale il prosciugamento del Mar Adriatico consentì l’accesso di queste specie dai Balcani alla Murgia. In particola¬re gli ambienti boschivi appaiono impreziositi dalla presenza del Fragno (Quercus trojana), una quercia esclusiva in Italia per l’area della Murgia. Ad arricchire la flora di quest’area contribuiscono soprattutto alcune piante rupicole, tra cui la Campanula versicolor, la Phlomis fruticosa e l’Euforbia arborea (Euphorbia dendroides). La vegetazione del territorio delle gravine, distribuita dal livello del mare fino alla quota di ca. 470 m., rientra, secondo le fasce altimetriche di vegetazione individuate da Fenaroli e Giacomini, secondo il seguente schema:

La macchia mediterranea
Dalla degradazione dei boschi per cause naturali o spesso per opera dell’uomo (incendi, intenso pascolamento, sfruttamento eccessivo del legnatico, edificazione) si creano nuove formazioni vegetali: la macchia, la gariga, la steppa.
Intricata e sempreverde, la macchia è costituita da piante con foglie piccole, lucide e coriacee (sclerofilla) si adattano al clima caldo-arido che rende difficile la vita sulla murgia nel periodo estivo. Tante sono le specie che costituiscono la macchia mediterranea e rendono questi ambienti veri santuari della natura, in cui i fiori del Mirto o quelli della Lentaggine si alternano ai colori appariscenti dei Cisti e delle Ginestre. Altre specie fondamentali della macchia sono: l’Alaterno, la Fillirea, il Lentisco, il Terebinto, il Corbezzolo dai rossi frutti, il Ginepro comune, il Coccolone, e le distese di Rosmarino che profumano l’area della macchia. In questa moltitudine di specie, resa intricata dalla presenza di piante rampicanti come la Smilace, la Rubbia, si nasconde una fauna ricca e interessante, dagli uccelli di macchia come la Capinera, l’Occhiocotto, la Sterpazzola, lo Scricciolo, la Sterpazzolina, ai rettili di interesse europeo come il Colubro leopardiano, innocuo e facilmente riconoscibile per il colore grigio-bruno e per la presenza di macchie rosse orlate di nero, definito tra i più bei serpenti italiani. Bisogna ricordare che la presenza del Ramarro, della Tartaruga, dell’Istrice e del Tasso, se pur non legati esclusivamente alla macchia, la rendono un’ambiente ricco ed interessante anche dal punto di vista faunistico.

La gariga e la pseudosteppa
Arida e pietrosa d’estate, ultimo stadio didegradazione dei boschi, la pseudosteppa rappresenta un habitat diffuso nella murgia sud – orientale. La ricchezza di specie floristiche che caratterizza questo paesaggio desertico, in cui le assenze erbacee dominano in ampie distese interrotte solo dalla presenza del perastro, che dona le sue bianche fioriture alla primavera. Le pseudosteppe sono il prodotto dell’azione dell’uomo che con gli incendi, il disboscamento, il pascolamento eccessivo, crea le condizioni ideali al successivo dilavamento del terreno che copre il banco calcareo. Ciò, rende difficoltosa ogni forma d’impianto vegetazionale di tipo arboricolo. Durante la stagione estiva, sul sottile strato di terra vengono dispersi i semi delle graminacee, che bagnati dalla brina delle notti d’autunno, germoglieranno e renderanno questo paesaggio di un verde brillante. La vegetazione delle steppe è costituita da piante che posseggono caratteristiche generate da lunghi adattamenti a condizioni estreme, di carenza idrica o di forte esposizione solare anche in territori attraversati d’inverno dal gelido vento di tramontana.

Le pinete a Pino d’Aleppo
Ove le precipitazioni sono scarse e i suoli calcarei (tufo) affiorano, il Pino d’Aleppo si insedia con facilità costituendo intricati boschi naturali ricchi di un sottobosco a macchia in cui i Cisti, la Fillirea, l’Alaterno, il Lentisco, il Rosmarino e il Ginepro, rappresentano le specie dominanti. Le pinete a Pino d’Aleppo costituiscono per diverse “gravine” la vegetazione naturale che si insedia nelle ripide pareti di calcarenite fratturate. A volte le pinete risalgono attraverso le gravine e conquistano spazi sul piano di campagna esterno alle stesse, in ambienti in cui dominano i boschi di querce caducifoglie. Il rosso ruggine, del Fragno d’inverno, è accostato al verde brillante del Pino d’Aleppo in un territorio profondamente segnato da numerose incisioni carsiche tra la pianura e l’alta murgia.

La vegetazione retrodunale
Un’ altro grande patrimonio boschivo dell’arco jonico è costituito dalle pinete del litorale tarantino che si estendono per 34 km di lunghezza, dalla foce del fiume Tara a quello del Bradano, e per 2 km di larghezza, per una estensione pari a circa 2.600 ha. Lungo la fascia retrodunale, il Pino d’Aleppo assume il tipico portamento a bandiera, ricurvo su una vegetazione a macchia sempreverde (Mirto, Lentisco, Fillirea), in cui si trovano specie rare quali: Helianthenum sessiflorum, Satureja cuneifolia, Plantago albicans, Helianthenum jonium (endemica), subito all’interno, i pini assumono portamento eretto raggiungendo i 15-18 m di altezza. Un patrimonio quello delle pinete unico e indispensabile all’intero arco jonico, tanto da essere indicato tra le aree protette regionali da istituire con la Legge 19/97.

La vegetazione rupicola
L’habitat rupicolo è sicuramente il più diffuso nell’area della murgia e delle gravine.
Sulle pareti delle gravine, all’interno di piccole e grandi fessure della roccia, vivono piante delle più diverse essenze che prediligono un esposizione soleggiata, altre che preferiscono luoghi ombrosi e umidi. Dal Ginepro rosso, al Corbezzolo, all’Euforbia arborea, a specie come l’Acanto, il Polipodio, il Capelvenere e la Selaginella. Nella roccia calcarenitica vegeta il Cappero dai grandi fiori bianchi, il Timo capitatus (pianta aromatica e utilizzata per scopi officinali e alimentari), la Campanula pugliese dal colore azzurro violaceo dei fiori che sembrano scaturire dalla nuda roccia. Altre piante fortemente aromatiche, come l’Erba ruggine, la Ruta, il Rosmarino, profumano l’ambiente rendendolo riconoscibile.

Euforbia Arborea
Pianta mediterranea, di forma sferica e di colore verde brillante con foglielanceolate e fusti arborescenti, si spoglia durante l’estate, periodo in cui la foglie assumono un colore rossastro prima di cadere. I piccoli fiori con foglie dai raggi di colore giallo, donano agli ambienti rocciosi una bellezza unica e inconfondibile. La ritroviamo aggrappata alle pareti di roccia delle gravine e dei costoni scoscesi ed esposti a sud, ovunque nella regione mediterranea adorna pinnacoli e scogliere, sospesa in un equilibrio innaturale e fantastico. Questa pianta contiene un lattice piccante che la rende inappetibile agli erbivori e che l’ha preservata in diversi ambienti della murgia tarantina.

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